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venerdì 3 luglio 2009

BREATHE



:):)

mercoledì 1 luglio 2009

U2 SI PARTE !!!

BARCELLONA (1 luglio) - È cominciato con un concerto esplosivo sotto a un palco-astronave da fantascienza, e un emozionante tributo a Michael Jackson il tour mondiale "360" degli U2 a Barcellona: Bono e soci, in forma smagliante, hanno dedicato una splendida Angel of Harlem alla popstar scomparsa, inserendo al suo interno frammenti di Man in the mirror e Don't stop 'til you get enough, due classici di Jackson. «L'abbiamo scritta per Billie Holiday, ma stasera la cantiamo per Michael Jackson», ha detto Bono tra le ovazioni del pubblico.

Ma a parte il tributo, commovente, e un collegamento con la Stazione spaziale internazionale con la quale la rockstar ha parlato di ecologia, il debutto della tournee mondiale è stato trionfale, nel segno della potenza rock, che Bono e soci hanno fatto esplodere davanti a quasi centomila persone sotto a The Claw, l'artiglio, il colossale palco simbolo di questo tour. È davvero come un'astronave del film La guerra dei mondi alta 50 metri e larga 58 planata sul Camp Nou: sotto, gli U2 e un migliaia di fan, vicini al cuore del kolossal del rock.

Niente di più adatto per una produzione letteralmente dell'altro mondo: 106 milioni di euro il costo dell'organizzazione, quattro settimane per montare il palco (per questo ce ne sono tre che gireranno il mondo), concerti in 31 città di Europa e Nordamerica (7 e 8 luglio a Milano, dove 500 biglietti extra sono stati messi in vendita) destinati, secondo gli esperti del settore, a diventare la tournee mondiale di maggior successo della storia, con circa 3 milioni di spettatori.

Tutto enorme, come questo stadio catalano con i suoi immensi anelli colorati, gremito all'inverosimile. In migliaia hanno passato la notte accampati accanto allo stadio, con un caldo umido soffocante, appena temperato dal vento: sono pochi gli artisti globali che ancora generano questa fedeltà, e questo amore incondizionato per la musica e l'aura del gruppo di Dublino.

Una fede, quasi, che rende ancora più credibile quanto dichiarato da Bono su 'The Claw', che permette una visione davvero a 360 gradi: «L'abbiamo pensato ispirati dalla Sagrada Familla di Gaudì». Quasi una religione del rock, celebrata stanotte a Barcellona. Una devozione senza cedimenti che ha abbracciato anche l'ultimo No line on the horizon: giusto che l'avvio, con immane potenza di suono e luci (spettacolare lo schermo circolare appeso alla pancia dell'astronave) sia tutto per le nuova produzione, dopo gli ottimi scozzesi Snow Patrol. Bono, The Edge, Adam e Larry irrompono con Breathe, seguita dalla canzone che dà il titolo al cd e dal micidiale uno-due Get on Your Boots/Magnificent.

Raccontato il loro presente musicale, gli U2 si lanciano nel loro amatissimo passato: Beautiful Day, I Still Haven't Found What Ìm Looking For, quindi Angel Of Harlem, con Bono che grida «questa è per te, Michael». Dopo la chiacchierata con gli astronauti la band si scatena mentre le tribune dello stadio tremano: Unknown Caller, una devastante The Unforgettable Fire, City Of Blinding Lights, Vertigo, Ìll Go Crazy If I Don't Go Crazy Tonight. Al trittico con Sunday Bloody Sunday, Pride (In The Name Of Love), MLK, il tempio del calcio europeo rischia di venire giù, tra il martellamento della band e il delirio del pubblico.

Poi, migliaia di maschere del premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi compaiono tra la folla e sul palco: in risposta all'appello degli U2, i fan hanno stampato dal sito della band la maschera della leader democratica birmana. È Walk on, scritta per lei. La «più grande rock band del mondo», come l'hanno definita gli Snow Patrol, nel finale - preceduta da un discorso in video di Desmond Tutu - non fa sconti e ricorda a tutti come abbia scritto la storia della musica: Where The Streets Have No Name, One, Ultra Violet (Light My Way), With Or Without You lasciano senza fiato. Giusto chiudere con l'atmosferica Moment Of Surrender, per metabolizzare queste forti emozioni. Milano preparati.

martedì 9 giugno 2009

U2 1987-1989 - Aspettando Milano



EXIT - Pezzo cattivo e cupo come mai erano state le canzoni degli U2. Si parla di un omicidio compiuto, per assurdo, nel nome dell'amore. Ci fu addirittura un assassino negli USA che dichiarò che fu l'ascolto di questa canzone ad ispirare il suo gesto.
Ha detto Bono: "'Exit' è la storia di un uomo religioso che diventa un uomo molto pericoloso quando non riesce più a capire il mistero delle mani dell'amore".

giovedì 28 maggio 2009

U2 live 1983 - aspettando Milano 2009





"Under a blood red sky" raccoglie le migliori canzoni tratte dai primi tre album ("Boy", "October" e "War") e dai primi 45 giri, dalle quali emerge chiara la matrice post-punk della band: canzoni dirette e senza fronzoli, riff taglienti, una ritmica incisiva e vibrante e, su tutto, l’interpretazione calda ed evocativa di Bono. Con otto tracce per un totale complessivo di 35 minuti di musica, gli U2 dimostrano qui di possedere quell’energia misteriosa e rara capace di trasformare un concerto rock in un evento unico e memorabile.

lunedì 2 marzo 2009

U2 Concerto a sorpresa-Londra

Qualche giorno prima dell'uscita del loro ultimo album, eccoli esibirsi dal terrazzo della BBC a Londra...per la gioia di chi poteva esserci.
Una canzone dall'alto


ed una dal basso.

venerdì 6 febbraio 2009

lunedì 19 gennaio 2009

U2 Get On Your Boots 2009

Clicca sulla foto per ascoltare il nuovo brano

La notizia è davvero clamorosa: No Line On The Horizon raggiunge già la vetta della prima posizione in una classifica ufficiale, ancor prima di uscire!

Come certamente saprete, infatti, l'album sarà disponibile solo nella giornata del 2 marzo, ma su iTunes USA già da ieri era possibile prenotare due versioni digitali, quella normale e quella deluxe.

E pare che le prenotazioni, in concomitanza con l'uscita proprio ieri nelle radio del primo singolo Get On Your Boots, sono andate davvero bene, tanto che oggi le due versioni occupano infatti la prima e seconda posizione nella classifica proprio di iTunes USA sugli album più acquistati!

giovedì 8 gennaio 2009

Muse - geni o tamarri...



Ognuno ha i suoi scheletri nell'armadio ed ecco il mio: i Muse. Ma come, quei tamarri... Sisì, proprio loro. Quei tamarri. Perché non saprei come altro definire tre tizi che iniziano i concerti sulle note del "Romeo e Giulietta" di Prokofiev per poi attaccare con schitarrate pomposissime, acutazzi melodrammatici e riffoni disco-grunge.

A me piacciono così: senza vergogna.

L’uscita di “H.A.A.R.P.”, il dvd celebrativo dell’ultimo tour, è un’occasione troppo ghiotta per non fare il punto sulla situazione discografica di un gruppo rock-pop tra i più rappresentativi di questo inizio secolo. I Muse di Metthew Bellamy sono una delle realtà più taglienti, impulsive e devastanti conosciute nell’attuale panorama musicale.

Sono solo quattro i lavori in studio, ma una serie infinita di entusiasmanti concerti hanno messo la band sulla buona strada per raggiungere l’obiettivo che li consacrerebbe nell’Olimpo musicale: l’album perfetto, il disco in grado dall’allontanare tutte quelle perplessità che ancora serpeggiano tra i detrattori del gruppo inglese.

Muse are:
Matthew Bellamy: voce, chitarra elettrica, pianoforte e tastiere
Christopher Wolstenholme: basso elettrico, chitarra e coro
Dominic Howard: batteria e percussioni

I Muse by "ondarock"
da wiki
sito ufficiale

Barzellette


Su inoltro di frittolo

venerdì 19 dicembre 2008

No Line On The Horizon

No Line On The Horizon, il nuovo album degli U2, sarà rilasciato Lunedì 2 Marzo 2009.

Scritto e registrato in varie località, No Line On The Horizon è il dodicesimo album di studio degli U2 e il loro primo rilascio dopo How To Dimantle an Atomic Bomb, che ha venduto 9 milioni di copie nel 2004.

Le sessioni per No Line On The Horizon sono cominciate lo scorso anno a Fez, in Marocco, sono continuate nello studio della band a Dublino, prima di andare al New York’s Platinum Sound Recording Studios, e finalmente completate agli Olympic Studios di Londra.

L'album conta sulla produzione degli storici produttori Brian Eno e Danny Lanois, e anche di Steve Lillywhite.

martedì 2 dicembre 2008

U2 Cover - I Believe In Father Christmas

A pochi mesi dalla pubblicazione del nuovo album un saggio,minimalista, dello stato di forma del duo The Edge Bono.
La canzone originale di Greg Lake

giovedì 27 novembre 2008

Pace, amore e gioia infinita...



poche parole...eccezionale!!!

Ps. il 20 febbraio si organizza "trasferta" a Napoli x il concerto dei Negrita...chi vuol venire, viene!!! ...seguiranno altre segnalazioni in merito!

giovedì 20 novembre 2008

...17 anni di attesa, ma ne valeva la pena aspettare?



Oh, quest'anno anche i Guns'N'Roses ci sembra vogliano regalarci un nuovo album. ZZarola! I Guns'N'Roses è un nome che inquieta. E' un grande nome. Un grande gruppo. Potranno mai deluderci? Assolutamente no.

Ascolto il disco. Bella musica. Rock. E' il loro stile. Mi meraviglio un po' dell'ascoltabilità e della leggerezza della musica. Me li ricordavo più duri i Guns. Ma vabbè forse è meglio. Tutto a posto. Magari riusciamo ad ascoltare un disco intero senza doverci limitare ai soliti pezzi sparsi. Poi giro un pochetto e leggo un nomignolo. Scopro che c'è qualcuno che li chiama "Ganz end Rosis" e la cosa mi fa ridere. Ma non mi basta. Devo sapere di più. Vado un pò in giro su internet, tanto per informarmi su che cosa di dice del disco e del gruppo. Interroghiamo Wikipedia. "I Guns N' Roses sono un gruppo hard & heavy statunitense, formatosi a Los Angeles nel 1985." Fino a qui ci siamo. "Con oltre 90 milioni di dischi venduti[14][15], di cui 40 milioni nei soli Stati Uniti[16], sono annoverati tra i musicisti di maggior successo nella storia del rock. Lo stile sonoro, l'immagine trasgressiva e le costanti performance dal vivo, li aiutarono ad occupare un posto di prestigio nella scena musicale tra gli anni ottanta e novanta. Hanno contribuito allo sviluppo dello sleaze metal, stile che mescola hair metal, punk rock e blues rock." Perfetto. Scorro... In fondo alla pagina guardo la formazione. Un attimo. C'è qualcosa che non va. E Slash? Ndò cazzo sta Slash? E il resto del gruppo? Dove sta? Ecco cos'era che non quadrava nella musica. E' normale che sia diversa. Questi non sono i Guns'N'Roses. Slash ora suona nei Velvet Revolver. E questi chi sono? Sono il gruppo di Axl Rose che evidentemente oltre a bucarsi, l'unica cosa che riesce ancora a fare è cantare. L'unico superstite è lui. Mancano i riff assassini di Slash. Ecco perchè è tutto così calmo. Ah va beh, allora tutto spiegato. Allora ci sta, non è una presa per il culo.

Davvero è realistico chiamarli "Ganz En Rosis", perchè effettivamente non sono più i Guns. Ci arriva un disco buono, da un gruppo col nome di un altro che integra solo uno dei componenti dell'originale. E allora? Il rock, se volete anche un pochino hard c'è. Ma l'assenza del chitarrista dalla Les Paul magica si sente. Se volete sentire un buon disco di un gruppo con un cantante famoso, questo è il disco che fa per voi. Ma se volete i Guns'N'Roses, prendete il vecchio "Use Your Illusion". Che poi il titolo nemmeno l'ho capito. "Chinese Democracy". Che mi significa? Un pò come l'ultimo dei Merdallica, che anche loro si sono immortalati nella schifezza. Quello si chiama "Death Magnetic". Totalmente senza senso. Wikiamo. Nessuna notizia sul titolo. Evidentemente nessuno l'ha capito. "Chinese Democracy" solleva parecchi dubbi, soprattutto sul titolo. Bisognerebbe andare a guardare i testi, ma sinceramente non credo valga la pena di leggersi i testi dell'eroinomane Axl Rose. Per cui vi lascio all'ascolto. Vi ripeto, do tre stelle perchè il disco è liscio e pulito. Ma non sono i Guns'N'Roses, sono i Ganz En Rosis. Tenetelo a mente. I suoni sono il tarocco degli originali. Colui che tenta di sostituire invano Slash cerca di trovare gli stessi suoni stoppati e gli svisatoni che eseguiva lui. Ma non è Slash. Non lo sarà mai. Chissà che non usino una Les Paul Slash Signature. Non lo so. Ma resta il fatto che questi non sono i Guns'N'Roses.

Non c'è altro da dire su questo disco. Ci hanno fatto aspettare tanti anni per lasciarci dire... Si, bello, ma i Guns'N'Roses dove stanno? Lascio giudicare a voi. Ho cambiato idea. Do due stelle. E che diavolo.

Fonte internet..

giovedì 13 novembre 2008

Bugo, il menestrello novarese



Menestrello novarese, artigiano di un peculiare "lo-fi" che gli è valso perfino qualche lusinghiero accostamento a Beck, Cristian Bugatti alias Bugo è uno dei personaggi emergenti della scena musicale italiana degli ultimi anni. Con il suo cantautorato sghembo, sempre in bilico tra svacco e inquietudine, continua a raccogliere lodi sperticate e critiche al vetriolo. Ma la verità sul suo conto, forse, sta in mezzo...

Cristian Bugatti da San Martino di Trecate (artista tanto istrionico sul palco quanto elusivo riguardo alla vita privata: oltre alla provenienza si sa ben poco altro) è uno dei personaggi emergenti (sicuramente il più personaggio) della scena musicale italiana più recente. Alla luce di tutta la sua produzione (4 album, più una marea di altre uscite tra singoli, Ep, cassettine autoprodotte e split) lo si potrebbe definire un folksinger bislacco con ambizioni (da Beck). Lontanissimo dalla tradizione cantautorale italiana impegnata e spesso politicizzata, Bugo canta storie di "quotidiana alienazione metropolitana", racconti della vita di tutti i giorni riempite di accostamenti surreali e distratti, in tono appisolato e neutro. Sulla qualità della proposta i giudizi si dividono equamente tra chi lo considera la brutta copia italica di Beck o finanche un comico fallito (con fin troppa ingratitudine) e chi invece lo acclama quale genio di prima grandezza, fuori da ogni regola e schema conosciuto (con fin troppa benevolenza).

Bugo è un musicista poliedrico: suona chitarra, tastiere, armonica, basso e batteria; in alcuni concerti si esibisce da solo, suonando versioni acustiche dei suoi brani. Bugo adora fumare sigari (spesso citati nei suoi album) e bere Amaro Montenegro.

Le sue canzoni cercano di trattare i temi della vita quotidiana con ironia, in uno stile il cui intento sarebbe mescolarne diversi, tra cui folk e rock alternativo, per certi aspetti simile a quello del cantautore americano Beck (da qui il soprannome di "Beck delle risaie"), anche nell'esposizione di problemi paradossali e alquanto inusuali come la ricerca del gel smarrito e il cellulare scarico. Il suo modo di cantare è cacofonico e spesso disarmonico con il resto della sua musica.

Sito ufficiale
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biografia
da wikipedia

mercoledì 5 novembre 2008

Clap your hands say yeah


Da una vecchia segnalazione di Bracienzo ecco a voi i Clap Your Hands!

DA RockAction_ Ritmica ossessiva ma mai invasiva, arrangiamenti ben congegnati e chitarre che ti avvolgono in un suono caldo e rassicurante. Questi sono i Clap Your Hands Say Yeah, band che si è autoprodotta l’esordio discografico, dimstrando, una volta di più, quale sia l’apporto che internet può dare ai giovani musicisti sprovvisti di label. Il gruppo di New York (il loro nome è ispirato da uno dei tanti graffiti della città americana) è stato ora messo sotto contratto dalla Wichita/V2. La casa discografica ha ristampato il loro disco spinta dal successo che ha riscosso nel web. Il passaparola di alcuni bloggers e soprattutto la recensione positiva apparsa lo scorso giugno su Pitchfork (webzine molto seguita in ambito indipendente) hanno spinto il mondo ad interessarsi dei Clap Your Hands say Yeah. Entusiasmo probabilmente eccessivo. La band suona con un piglio notevole e lo fa in maniera piuttosto pulita. A stonare è il contrasto che si istaura con la voce di Alec Ounsworth, frontman del gruppo. Il disco è cantato in modo veramente fastidioso, quasi fosse un lamento. La voce che ne risulta scricchiola e mostra molte, troppe sbavature. Si ha l’impressione che lo stile di Alec sia forzato perché in alcuni pezzi propone una voce calda e delicata sulla falsa riga di McNamara degli Embrace. Peccato, soprattutto per le idee che il resto della band propone. Un disco di Rock’n Roll che affonda le sue radici nella tradizione tracciata da gruppi come i Velvet Underground e i Talking Heads. La band si scambia spesso gli strumenti e ciò finisce per esaltare la spontaneità del progetto. Il brano introduttivo, "Clap Your Hands!", è una filastrocca giocosa che invita a scendere in strada a ballare e cantare. Concluso il pezzo introduttivo, il gruppo vira verso un Indie-Rock elettrico. La melodia di "In This Home On Ice" e la seducente "Skin Of My Yellow Country Teeth" rimangono le perle di un disco dal successo annunciato.

venerdì 17 ottobre 2008

Sono tornati!!! ...da sballo...



Senza parole.....stupefacenti!!!
by clod

giovedì 25 settembre 2008

Athlete ...soliti inglesi ma d'impatto!



Gli Athlete sono un gruppo di Deptford, Regno Unito. La band è costituita da Joel Pott (voce e chitarra), Carey Willets (basso), Tim Wanstall (tastiere) e Steve Roberts (batteria). Si sono fatti conoscere nel 2002 con il loro EP d’esordio. Singoli di questo lavoro, come “You Got Style” hanno scalato le classifiche britanniche. Il loro indie rock intenso e fresco li ha portati a firmare un contratto per l’etichetta dei Radiohead, la Parlophone. Assistiti dal produttore Victor Van Vugt, hanno registrato e pubblicato il disco d’esordio “Vehicles and Animals”.
Dopo essersi fatti notare nel 2003 con il discreto esordio "Vehicles And Animals" (ed in particolar modo, qua nel Belpaese, con la hit "El Salvador" - somigliante in maniera imbarazzante a "Complicated" della pseudorocker Avril Lavigne -), i quattro danno alle stampe l'album che decreta la loro definitiva esplosione, "Tourist".
Messa da parte la vitalità dei pur buoni episodi inclusi nel precendente album (su tutte vengono alla mente "You Got The Stile" e la succitata "El Salvador"), Pott e soci virano su sonorità sempre squisitamente pop ma maggiormente studiate e curate; il risultato è un disco che perde punti in freschezza e fruibilità, ma ne acquista altri puntando su arrangiamenti più meditati ed imperniati su una strumentazione più classica (l'immancabile pianoforte nei momenti più emotivi, la chitarra elettrica nei - rari - episodi maggiormente vigorosi).
Fatta eccezione per la pur ottima "Modern Mafia" (divertissement pop venato di giocosa elettronica), siamo quindi su scenari piano-pop messi in evidenza già dalla superba apertura "Chances", crescendo emozionante di archi e pianoforte, spezzato dal deciso solco chitarristico del secondo singolo "Half Light". L'opera continua alternando momenti intimisti di rara classe e bellezza (come non citare l'ottima titletrack o la variegata "Yesterday Threw Everything At Me", ad oggi il miglior episodio partorito dal combo sud-londinese) a qualche pezzo francamente fuori fase (la piatta "Street Map" e l'inutile chiusura "I Love"), che però non inficia più di tanto il valore del disco. Veramente superbe anche l'emozionante "Twenty Four Hours", in cui la voce di Joel Pott si rende francamente fondamentale, e la smash hit del disco "Wires", un vortice di piano e chitarra acustica su cui si incastona una melodia dal notevole appeal radiofonico.
Un album che migliora notevolmente quanto fatto in precedenza ed inserisce gli "atletici" Londinesi nel dorato mondo delle grandi band d'Albione.

Uscirà a settembre Beyond The Neighbourhood. Il nuovo lavoro, anticipato dal singolo Hurricane, è stato prodotto dagli stessi Athlete nel loro studio a Londra.
Anticipato dal singolo Hurricane, settembre versà l'uscita del terzo album di studio della indie rock band, dal titolo Beyond The Neighbourhood realizzato dopo un periodo di due anni passati tra tour internazionali e nuovi progetti.
Beyond The Neighbourhood sarà lanciato in Gran Bretagna con una tournèe che partirà nel mese di ottobre.


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giovedì 18 settembre 2008

Verve - Il grande rimpianto del brit-pop



Durante i tempi d'oro del brit-pop furono prima un "oggetto misterioso", poi gli avversari più "temibili" di Oasis e Blur, grazie all'exploit mondiale di "Urban Hymns". Quindi, lo scioglimento e l'avvio della carriera solista del leader, Richard Ashcroft. E nel 2008, a sorpresa, la reunion. La parabola della band di Wigan, Lancashire, tra successi e rimpianti.

La nostra retrovisione di quanto accadde ai Verve di Richard Ashcroft e Nick McCabe parte dal ricordo delle considerazioni di chi visse l'annata d'oro del gruppo, quella del 1997/98, all'indomani del non del tutto imprevisto scioglimento della band, che tanto clamore tuttavia suscitò nelle pagine di quelle stesse riviste inglesi che fino a qualche anno prima descrivevano con l'aggettivo "inconcludente" la musica del gruppo di Wigan, Lancashire.
Il video di "Sonnet", quarto singolo del fortunato, sotto tutti i punti di vista, Urban Hymns, era ancora in alta rotazione sui canali televisivi di tutta Europa, i Verve erano stati comunemente insigniti quali band dell'anno, e la sensazione era che ciò non fosse che il vero incipit di un percorso non più tortuoso che avrebbe portato il gruppo diritto verso la storia del rock britannico.
D'altronde, in una profetica - quanto superba all'epoca - dichiarazione del 1993, Richard Ashcroft, mente discussa del gruppo, annunciava: "La storia ha un posto anche per noi, magari impiegheremo tre album per entrarvi, ma alla fine saremo lì, nel posto che ci spetta". Non si può affermare che Richard non avesse le idee ben chiare sin dall'inizio su ciò che sarebbe stato del suo gruppo...
Accostati a numerosi fenomeni e sotto-fenomeni della musica inglese di quegli anni, i Verve esordiscono con il singolo "All In The Mind" nel Marzo del '92; la canzone fonde le strutture e le soluzioni degli Stone Roses con il rumore tipicamente shoegazer della chitarra di McCabe, fan non dichiarato di My Bloody Valentine e Jesus and Mary Chain. Il brano convince le riviste locali e la Hut Recordings che li ha messi sotto contratto, la quale prepara loro il terreno favorevole per l'album d'esordio, pubblicando altri due loro singoli, "She's A Superstar" e "Gravity Grave", che come "All In The Mind", raggiungono la vetta delle chart indipendenti inglesi. Il gruppo, composto anche dal bassista Simon Jones e dal batterista Peter Salisbury, comincia subito ad attirare attenzioni intorno a sé, anche a causa del comportamento arrogante che li contraddistingue già nelle prime esibizioni; Ashcroft e soci decidono deliberatamente di proporsi senza alcun preavviso in abito unplugged, non presentandosi ai soundcheck, o abbandonano improvvisamente il palco senza farvi ritorno se qualcosa non era di loro gradimento, o ancora devastando microfoni e altre apparecchiature di proprietà dei gestori dei piccoli festival cui erano chiamati a esibirsi.

Nel novembre del 1994 i quattro membri del gruppo si ritrovano nei Loco Studios, in Galles, per registrare il secondo capitolo con il produttore Owen Morris, figura di rilievo nella scena brit-pop inglese, nonché produttore dei migliori lavori degli stessi Oasis, che nel frattempo godendo del successo di "Definitely Maybe", avevano invertito coi Verve il ruolo di band supporter.
Dalle registrazioni in Galles nasce A Northern Soul, un album che mantiene più di un legame con A Storm In Heaven, ma estende i confini territoriali del gruppo, strizzando inevitabilmente l'occhio anche alle produzioni brit-pop contemporanee, senza tuttavia dedicarvi il fondamento e la ragione del disco. A Northern Soul è carico delle atmosfere dense e robuste del suo predecessore, e talvolta sembra anche concedersi qualche divagazione di troppo, vedi il minutaggio eccessivo di diversi brani che sembrano davvero dilatarsi senza concludere nulla di significativo; ma, parallelamente alla vena psichedelica e stralunata cui Ashcroft e McCabe non sembrano voler rinunciare in favore di un songwriting più consono alla moda del momento, ecco accostarsi una piccola parentesi di brani melodici e in linea di massima "standard" per il periodo, in particolare i singoli "On Your Own", una discreta ballata acustica che si perde però in un banalissimo e inutile finale, e soprattutto l'epica "History", probabilmente uno dei migliori brani mai composti dal gruppo, che ricalca le soluzioni di Morris per l'arrangiamento del singolo natalizio degli Oasis di quell'anno, vale a dire "Whatever". Aggiungono spessore all'album il rock impetuoso delle due canzoni iniziali, "A New Decade" e "This Is Music", oltre al migliore episodio old-style del lotto, "Stormy Clouds". Ma, ancora una volta, i Verve sembrano non aver raggiunto il nocciolo, il core delle loro capacità, verosimilmente stressati e stanchi della vita piena di eccessi vissuta fino a quel momento. L'album, carico di alte aspettative da parte di stampa e band stessa, si rivela un doloroso insuccesso per Ashcroft, che alza bandiera bianca pubblicamente, cadendo in un pericoloso esaurimento nervoso, mentre Nick McCabe, al termine di un concerto a Glasgow e in seguito a dissidi interni al gruppo, abbandona la band rinunciando al resto dei concerti e causando lo scioglimento dei Verve, che assistono impotenti al crollo dei loro sogni di gloria. Nei crediti di "(What's The Story) Morning Glory?", Noel Gallagher dedica all'incompreso "genio di Richard Ashcroft" una delle canzoni del nuovo album degli Oasis, "Cast No Shadow", e mentre il suo disco battaglia con "The Great Escape" dei Blur nelle classifiche inglesi di quei mesi, A Northern Soul sprofonda nel dimenticatoio in pochissimo tempo.

Quando tutto sembra perduto, Ashcroft recluta un vecchio amico, Simon Tong, a rimpiazzare il disertore McCabe, e richiama gli altri compagni della band per provarci di nuovo, stavolta con il produttore Youth negli studi Metropolis di Londra. Nick McCabe, sanata la rivalità per la leadership del gruppo, rientra alla base quando Richard ha già composto tutti i pezzi del nuovo lavoro. Il chitarrista impone una nuova fase di arrangiamenti per i brani di Ashcroft e la composizione di altri pezzi da includere nell'album, con un nuovo produttore, Chris Potter, e in un altro studio di registrazione di Londra, l'Olympic, dove vengono registrate circa venti canzoni per quello che sarà Urban Hymns, il disco capolavoro della band di Wigan.
L'album vede la luce nel 1997, all'ombra di "Be Here Now" degli Oasis, dell'omonimo dei Blur, e in un periodo in cui Prodigy e Radiohead raccolgono i maggiori consensi di critica e pubblico. Il video di "Bittersweet Symphony" coinvolge e disarma il pubblico di Mtv, che accorre nei negozi a comprare l'album dei Verve, non sapendo cosa stavano in realtà acquistando. Il brano in questione - va detto - contiene una irriconoscibile base presa in prestito da un vecchio pezzo dei Rolling Stones, che, venuti al corrente del misfatto, non rinunciano al 100% degli introiti di una canzone così fortunata. Ashcroft si vendica con il resto dell'album, che contiene gran parte delle migliori canzoni eseguite dal gruppo, fra cui spiccano la splendida ballata "The Drugs Don't Work", poi ripescata e resa patetica da Ben Harper, il wah-wah di "Weeping Willow", e l'altro fortunato singolo "Lucky Man". Ma è tutto l'album a convincere, sia nelle parti acustiche sia in quelle ormai di stampo tipicamente verviano, ovvero le psichedeliche "Catching the Butterfly" e "Velvet Morning".
La profezia di Ashcroft viene ricordata quando i Verve vengono eletti band dell'anno, spodestando gli amici-rivali Oasis da un ovvio, ma non meritato, primo gradino del podio. Sembra tutto filare per il verso giusto, quando altri dissapori fra la band e Ashcroft portano alla nuova dipartita di McCabe nel bel mezzo del tour americano.

Dopo mesi di speculazioni, la band dichiara di essersi ufficialmente sciolta, mentre Ashcroft registra le canzoni di quello che sarà il suo primo album solista, Alone With Everybody, accompagnato da una nuova band, fatta eccezione per la presenza del batterista Peter Salisbury, che sceglie di seguirlo in questa nuova avventura. Dei Verve non si saprà più nulla fino al novembre 2004, quando esce una raccolta, comprendente quattordici delle canzoni più significative del gruppo, inclusi i primi tre rari singoli e due outtake dalle sessioni di Urban Hymns, oltre a un dvd con tutti i video ufficiali della band.

Il percorso di Ashcroft solista riparte con la casa discografica Virgin, dalle fondamenta del successo dell'ultimo album dei Verve, senza però replicarne l'efficacia negli arrangiamenti e soprattutto nel songwriting, qui bisognoso come non mai di nuove idee e di una produzione meno regolare e fredda. Le orchestrazioni che avvolgono alcuni dei brani, ripescate direttamente da "History" e da "Bittersweet Symphony", riprendono in considerazione un pop sinfonico in cui l'eccesso melodico porta facilmente alla nausea da secondo ascolto, un po' come accade per alcune composizioni degli ultimi Rem. Vanno risparmiate una manciata di canzoni, tuttavia ripetitive e non trascendentali ("A Song For The Lovers", "Money To Burn" soprattutto), che evitano a Alone With Everybody la bocciatura completa.

Nel 2002 Ashcroft ci riprova con Human Conditions, un lavoro stavolta più ambizioso del precedente, in cui riecheggiano ancora una volta gli arrangiamenti orchestrali del pop di Byrds e Beach Boys, e di alcune composizioni dei Rolling Stones, ma che grazie a melodie più accattivanti in grado di resistere alla prova del tempo, riesce a convincere e deliziare. Sono soprattutto i singoli "Check The Meaning", "Buy It In Bottles", "Science Of Silence" a restare maggiormente impressi, oltre alla sinfonica "Nature Is The Law" in chiusura del disco, che vede anche la presenza di Brian Wilson dei Beach Boys, quasi a legittimare la direzione intrapresa da Ashcroft. Non accade più nulla di rilevante da segnalare, oltre all'ingresso nella formazione live dei Blur da parte di Simon Tong, in sostituzione di Graham Coxon per la tourneé di "Think Tank".

Il terzo disco solista di Ashcroft, Keys To The World, esce nel 2005, ma è ancora un passo falso. Ossessionato da un'idea di classicità che purtroppo in questo caso fa rima soltanto con sterile inattualità, Ashcroft non riesce a costruirsi una personalità forte che gli permetta di stare al passo non solo coi tempi, ma anche col suo passato.

Tre anni dopo, a sorpresa, arriva la notizia della reunion dei Verve.
C’era dunque una certa curiosità e anche una discreta aspettativa, soprattutto da parte degli estimatori di vecchia data, nei confronti del nuovo lavoro, Forth, realizzato dal nucleo originario della band (escludendo la seconda chitarra di Simon Tong, del resto subentrato durante la lavorazione del terzo disco) e in parte già eseguito dal vivo nelle numerose apparizioni della band in festival estivi in giro per il mondo.
“Love Is Noise”, il primo singolo estratto, aveva suscitato più di qualche legittima perplessità, a causa di un arrangiamento troppo patinato e stucchevole e di un’attitudine pop ostentata che, per un attimo, aveva fatto temere per il gruppo una inesorabile deriva in territori mainstream, molto vicina a Keane e Coldplay.
“Love Is Noise”, tuttavia, tende a rimanere un episodio isolato all’interno del lavoro, che si discosta in maniera netta dalla direzione stilistica predominante. La conferma viene già dall’opening track “Sit And Wonder”: una composizione molto complessa e articolata, che riporta alle mente la visionarietà pastosa dei primissimi lavori del gruppo. Il pezzo si segnala per il tratto libero e fluido del ritrovato chitarrista McCabe, abile nel plasmare un flusso ininterrotto di allucinazioni lisergiche sostenute da una base ritmica poderosa.
Da qui in poi il disco si biforca in due direzioni: da un lato ballate romantiche dalla linea più melodica e dall’altro brani più lunghi, aperti a incursioni psichedeliche e ampie parentesi dalla struttura vagamente improvvisativa. Non serve aggiungere che le cose migliori si ascoltano nei pezzi appartenenti a questa seconda categoria, in cui la fantasia compositiva del gruppo può scatenarsi con maggiore libertà. “Numbness” è un blues algido e introspettivo, graffiato da una chitarra aguzza che ricorda certi momenti degli Spacemen 3. “Noise Epic” assume invece la fattezze scomposte di un’interminabile jam (oltre otto minuti) lungo l’asse Television/Can/Sonic Youth, capace di alternare spirali ipnotiche di psichedelia in progressione circolare a sfuriate noise-krautedeliche davvero appetibili. “Columbo” si avvolge in una coltre spessa di dream-pop rarefatto e sfuggente con venature canterburyane. Sulla stessa lunghezza d’onda anche “Judas”, impreziosita da inserti orchestrali e tenui tentazioni soul/gospel.
Non si può purtroppo dire lo stesso a proposito dei pezzi più lineari e pop: “I See Houses” e “Rather Be” rievocano vecchie pagine dell’Ashcroft solista ma, nonostante il livello qualitativo fletta sensibilmente (scalfendo lo coesione e la compattezza del lavoro complessivo), “Appalachian Springs” e “Valium Skies” riescono a mantenersi a galla, grazie a un songwriting solido e controllato.

Un punto di (ri-)partenza credibile e pienamente giustificato per una band che proprio a partire da queste canzoni dovrà saper dimostrare di aver conseguito quella maturità che spesso nel corso della sua storia le è mancata, fino a comprometterne in più occasioni la stessa sopravvivenza.

Sito ufficiale
da wikipedia
recensione di "Forth"
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